Case popolari, nuove regole cambiano i criteri per l’assegnazione nel futuro prossimo

Case popolari, nuove regole cambiano i criteri per l'assegnazione nel futuro prossimo

Franco Vallesi

Gennaio 23, 2026

Ogni anno, in Italia, migliaia di famiglie si trovano davanti a un problema concreto: ottenere una casa popolare sembra più legato a quanto tempo si vive in zona che al reale bisogno di una sistemazione dignitosa. Quasi sempre, la regola – valida per molti Comuni – esclude chi, per emergenze, deve lasciare la propria città o persino quartiere. Negli ultimi tempi, però, la Corte Costituzionale ha cambiato le carte in tavola: adesso, le graduatorie devono valutare davvero la situazione personale delle persone, non più soltanto i legami territoriali.

Chi vive in città grandi lo sa bene: la mobilità obbligata è una realtà diffusa, soprattutto nei mesi più freddi, quando la carenza di alloggi dignitosi si fa sentire con più forza nei quartieri meno attrezzati. Questo nuovo approccio prova a dare risposte a un problema sociale spesso dimenticato da chi gestisce le politiche abitative tradizionali.

Il superamento del criterio della residenza: una misura contro le discriminazioni

È del 2025 la sentenza della Corte Costituzionale che ha tolto la possibilità di ottenere punti aggiuntivi nelle graduatorie solo in base agli anni di residenza o lavoro sul territorio. Un sistema che nei fatti, ecco, dava un vantaggio a chi poteva dimostrare una presenza “storica” – fino a quattro punti extra. Sembrava un criterio oggettivo: in realtà, ha finito per discriminare chi affronta situazioni di povertà e precarietà.

Case popolari, nuove regole cambiano i criteri per l'assegnazione nel futuro prossimo
Vista aerea di un complesso residenziale. Le case popolari necessitano di regole e bandi trasparenti. – esseessecostruzioni.it

Il diritto alla casa torna a essere, con forza, un diritto sociale fondamentale. Deve pesare di più di ogni altro parametro che riguarda tempi o luoghi. Nelle città, chi subisce mobilità involontaria – magari a causa di sfratti, contratti di lavoro incerti o caro vita – prova tutti i giorni che il solo legame territoriale non basta. Serve altro, ecco perché quella regola prima marginalizzava chi avrebbe più urgenza di sostegno.

Non è un dettaglio da poco: tra le categorie più danneggiate dal sistema basato su vecchi criteri territoriali ci sono proprio le persone in condizioni di fragilità economica e sociale. Esperti del settore abitativo segnalano come un metodo fondato solo sulla residenza rischi di rafforzare le disuguaglianze, non di attenuarle.

I nuovi criteri puntano al reale bisogno abitativo

Ora le amministrazioni pubbliche devono rivedere le regole per assegnare gli alloggi popolari, basandosi su dati concreti: ISEE, situazione dell’alloggio attuale, eventuale presenza di minori o anziani a carico, sfratti in corso e degrado dell’abitazione. L’obiettivo? Formare graduatorie che riflettano la reale difficoltà dei richiedenti, non solo la durata della loro presenza in zona.

Insomma, si cambia passo: una famiglia con un reddito basso, magari che condivide pochi metri quadri con tanti altri, nel Nord Italia o a Roma, potrà competere alla pari con chi abita da anni in un luogo più stabile. È una questione di equità, che prova a interpretare meglio le esigenze di oggi. Non sempre la residenza corrisponde a sicurezza, ecco perché servono criteri diversi.

Praticamente, molte graduatorie dovranno aggiornarsi e chi prima perdeva punti per motivi anagrafici o territoriali potrà chiedere un riesame. La cosa interessante? La priorità sta—e ci resterà—nel bisogno reale, che tante persone osservano con attenzione. Il cambiamento non è solo burocratico: riflette una nuova attenzione per chi, a volte, è rimasto fuori troppo a lungo.

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