Passeggiando nelle varie città italiane, si percepisce un quadro sociale decisamente frammentato: luoghi dove il disagio – spesso nascosto – si accumula, quasi in silenzio. Oggi, grazie a dati raccolti con cura, è possibile scovare queste differenze a un livello davvero minuzioso, andando ben oltre le solite zone amministrative. Un dato – dettaglio non da poco – che apre nuove strade per identificare con precisione dove intervenire e quali sono le aree più fragili.
Da qualche anno il progetto si sta sviluppando in 25 grandi città italiane, Roma, Milano e Napoli comprese, con criteri che cambiano a seconda delle caratteristiche locali. Da un lato, a Roma si fa riferimento alle zone urbanistiche; dall’altro, Milano utilizza i Nuclei di Identità Locale (NIL) – un sistema pensato per proteggere la privacy dei residenti senza perdere rigore nei metodi. Cambiamenti così segnano una svolta nella gestione urbana e nelle politiche sociali, permettendo interventi più mirati.
Un indicatore composito per misurare il disagio urbano
Al centro dello studio troviamo l’Indice di Disagio Socio-Economico (IDISE), un indicatore complesso che mette insieme diverse sfaccettature della vulnerabilità. Include nove aspetti come occupazione, reddito, istruzione e presenza di persone sole o a rischio esclusione sociale. Si guarda, per esempio, ai nuclei familiari a basso reddito, alla percentuale di giovani che non studiano né lavorano (tipici NEET) e ai casi di abbandono scolastico. Presi uno per uno, questi fattori raccontano pezzi di storia; combinati, danno una fotografia più completa della realtà sociale in ogni quartiere.

Il valore dell’IDISE ruota attorno a una soglia di riferimento fissata a 100: superarla significa entrare nelle cosiddette aree di disagio urbano, zone dove la vulnerabilità supera di molto la media locale. Ecco un dettaglio spesso ignorato: il calcolo non è standardizzato tra città, ma si adatta al contesto socio-economico e alle condizioni specifiche di ogni luogo. Insomma, un 100 a Milano non equivale a un 100 a Roma – storie diverse, insomma.
Le città sono viste quasi come un mosaico, fatto di tessere che, benché vicine, raccontano storie spesso opposte dal punto di vista sociale. Chi abita in questi quartieri lo sa bene e osserva ogni giorno – ecco la vita vera – come le disuguaglianze spuntino anche a pochi isolati di distanza. La mappa così costruita spalanca la porta a interventi calibrati, più precisi.
Le grandi città sotto la lente: Roma, Milano e Napoli
Guardando a Roma, si presenta un quadro molto frammentato. Le zone più disagiate non sono nemmeno sempre quelle periferiche, come siamo portati a pensare. A volte, si trovano anche in aree più centrali. Basta pensare a quartieri come Tufello o Tor Cervara, o all’area vicino al Foro Italico, che conoscono livelli elevati di povertà abitativa e di fragilità sociale. Quest’ultimo concetto è stato anche influenzato dal recente sgombero dell’ex campo rom. Le periferie est e alcune parti del sud-ovest cittadino formano quelle che si potrebbero definire “cinture” di disagio, dove si sovrappongono problemi legati a lavoro, istruzione e composizione delle famiglie.
Milano disegna invece una situazione diversa, piena di contrasti strani – e a tratti sorprendenti. Nonostante la città si piazzi spesso in cima alle classifiche per la qualità della vita, sono molte le zone con condizioni difficili. Oltre la tangenziale est, il quartiere di Ponte Lambro-Monlué soffre per una fragilità sociale marcata e un tasso di occupazione basso. Anche in alcune zone centrali come San Siro, si registrano concentrazioni di disagio, confermando che – dalle parti di Milano – benessere e problemi convivono a pochissima distanza. Dividere Milano secondo i NIL aiuta a mettere a fuoco questa varietà e le dinamiche interne.
A Napoli, il disagio appare più compatto, concentrato in nuclei urbani ben definiti. Luoghi come il rione Mercato o Pendino superano di gran lunga la soglia critica dell’IDISE, con notevoli problemi di bassa occupazione, un alto numero di giovani NEET e reddito medio piuttosto basso. A colpire è la densità abitativa elevata. A differenza di altre metropoli, il disagio napoletano non si limita alle periferie, ma si estende in una vasta area centrale, dove si intrecciano molteplici segnali di vulnerabilità. Questo fa capire come l’impatto dei fattori urbani varia da città a città.
Una leva per politiche più efficaci
La mappatura è preziosa soprattutto per orientare le politiche locali con maggior intuito. I sindaci e le amministrazioni – con un occhio attento – hanno finalmente a disposizione uno strumento specifico per mettere a fuoco le radici del disagio e disegnare azioni più mirate. La relazione tra fragilità sociale e distribuzione dei servizi emerge come nodo centrale: spesso si vede che dove c’è bisogno ci sono meno servizi disponibili, ecco perché gli interventi non funzionano proprio come dovrebbero.
I dati a disposizione parlano del 2021, un periodo ancora a metà strada dagli impatti della pandemia. Ma, da non molto, si attende l’arrivo delle informazioni aggiornate a tutto il 2023. Verranno incluse anche tutte le città italiane con almeno 50mila abitanti, ampliando la prospettiva e affinando il confronto tra territori diversi.
Il cambiamento – si sa – non si fa dall’oggi al domani. Però, avere tra le mani dati così approfonditi fa emergere fenomeni che fino a poco tempo fa restavano in ombra. Qualcosa, insomma, si muove nella comprensione e nella gestione delle nostre città.
