Con l’arrivo del 2026, un bel numero di dipendenti nel settore privato si accorgerà di cambiamenti piuttosto evidenti nelle loro buste paga. Tra le novità fiscali spicca una significativa riduzione dell’Irpef, pensata soprattutto per chi rientra nella fascia dei redditi medi. In più, la nuova normativa introduce tre diverse flat tax che riguardano aumenti salariali, premi di produttività e lavoro straordinario o notturno. A queste si aggiungono modifiche sul trattamento degli aumenti contrattuali e altre forme di retribuzione variabile, il cui scopo è far crescere il netto in busta. Il risparmio fiscale potenziale? Può sfiorare alcune centinaia di euro all’anno per molti lavoratori, ecco perché si pensa a un alleggerimento della pressione fiscale nelle retribuzioni private.
Il cambio partirà automaticamente da gennaio 2026, modificando il modo in cui – senza bisogno di richiesta – i datori di lavoro calcolano la paga mensile. In pratica, l’incremento fiscale sarà spalmato su dodici mensilità, così il netto si percepirà subito. Nel frattempo circolano altre idee per allargare la platea dei beneficiari e aumentare il risparmio per chi dichiara redditi fino a 60.000 euro l’anno. Chi segue l’evoluzione delle paghe sa bene che si tratta di un passo avanti non da poco nel complicato gioco tra dipendenti e fisco.
Come cambia l’irpef e chi ne beneficia davvero
Il nodo centrale del cambiamento riguarda l’abbassamento dell’aliquota Irpef dal 35% al 33% per il secondo scaglione di reddito, cioè chi guadagna tra i 28.000 e 50.000 euro l’anno. Parliamo di più di 13 milioni di contribuenti, compresi circa 8 milioni di dipendenti privati. Gli altri scaglioni restano con le aliquote di sempre: 23% fino a 28.000 euro, 43% sopra i 50.000.

Quanto si risparmia? Dipende dal reddito annuo. Un lavoratore con 30.000 euro può vedere un taglio fiscale vicino ai 40 euro, mentre chi si avvicina ai 50.000 può superare i 440 euro all’anno. Chi ha redditi molto alti – sopra i 200.000 euro – invece non trova benefici, perché le detrazioni vengono calibrate proprio per eliminare l’impatto di questa riduzione.
La realtà in busta paga cambia da persona a persona, perché incide la situazione personale e contributiva. Di solito, l’aumento netto mensile va da pochi euro fino a circa trenta, con la comodità che i datori di lavoro si sono già attrezzati per applicare tutto di default. Da tenere d’occhio il Nord Italia, dove i salari medi sono più alti e l’impatto – come spesso accade – è più visibile.
Le flat tax su aumenti, premi e lavoro straordinario
Oltre a modificare l’Irpef, la Legge di Bilancio 2026 prevede tre tipi di flat tax pensate per certi tipi di retribuzione. La prima riguarda gli aumenti salariali derivanti dai rinnovi nazionali di contratto, con aliquota agevolata al 5% per chi guadagna meno di 28.000 euro l’anno. È una misura temporanea, valida solo per il 2026, che interessa circa 3,3 milioni di lavoratori: in media il risparmio annuo si stima intorno ai 142 euro.
Un’altra novità riguarda i premi di produttività, la cui tassazione scende dal 5% all’1%. Vale fino a 5.000 euro di premio massimo e la soglia reddituale per averla sale fino a 80.000 euro. La misura vale per due anni e interessa quasi 5 milioni di lavoratori, ma solo a chi ha contratti collettivi aziendali o territoriali e a premi legati a risultati concreti: produttività o innovazione, per esempio.
Per quel che riguarda invece il lavoro straordinario, notturno, festivo e le indennità di turno, è stata creata una flat tax al 15% che sostituisce l’Irpef normale. Qui non c’è limite di importo e si applica senza calcoli extra. Il vantaggio è chiaro per chi lavora su turni o fa straordinari spesso, soprattutto se rientra in scaglioni di reddito più elevati.
Non è un caso che nelle aree industriali del Centro-Nord la curiosità verso queste agevolazioni cresca. Alleggerire il carico su premi e rimborsi straordinari aiuta a sostenere – volenti o no – queste forme di lavoro più flessibili.
Il bilancio delle novità e cosa aspettarsi
Le misure pensate per il 2026 cambiano di molto il modo in cui dipendenti privati vengono tassati. Il taglio dell’Irpef punta alle medie fasce di reddito, garantendo benefici che possono superare diverse centinaia di euro ogni anno. Le flat tax, invece, premiano la produttività e alleggeriscono la pressione fiscale su straordinari e maggiori responsabilità lavorative.
Come spesso succede, l’effetto varia molto a seconda del tipo di lavoratore. I premi tassati all’1% fanno risparmiare di più se erogazioni e premi sono rilevanti, mentre la flat tax al 5% sugli aumenti è temporanea e riguarda fasce di reddito più basse. Il fatto che alcune misure siano limitate nel tempo lascia aperto il dibattito sul futuro: saranno prorogate o cambieranno?
In Italia, dove strutture salariali e trattative sindacali cambiano da regione a regione e da settore a settore, questo pacchetto di modifiche produrrà effetti diversi. Chi lavora in grandi città – Milano, Torino – dove il tessuto economico è vivace vedrà subito l’impatto sulle buste paga, mentre nelle zone più ferme l’effetto sarà meno evidente. Dunque, una svolta verso una penalizzazione fiscale meno gravosa appare chiara, un tema che resta in cima alle preoccupazioni di chi segue il mondo del lavoro.
